La marijuana era più potente negli anni 70La marijuana era più potente negli anni 70 ?

E’ veramente aumentata la potenza della cannabis nel tempo ?

Da circa ormai più di 30 anni sulle scientifiche, nei vari blog e forum che trattano di cannabis appaiono articoli secondo cui il contenuto del THC della cannabis sarebbe in progressivo ed inarrestabile aumento, tanto è vero che questo sembra un dato ormai acquisito da parte della comunità scientifica.

Dai miei ricordi personali e da quanto affermano gli  old users (ovvero i consumatori di droghe con più di 55 anni di età ed almeno 30 anni di esperienza)  le opinioni sono assai contrastanti, se non addirittura diametralmente opposte: La marijuana era più potente negli anni 70 .

Il dato da evidenziare con grande forza  è che queste opinioni, provengono da persone con un livello di istruzione elevato, alcuni dei quali esperti in protocolli di ricerca in quanto, a loro volta, ricercatori con numerose pubblicazioni all’attivo.

La Thai Stick

Thai Stick

La prima testimonianza è di J. che ha 65 anni, fa l’artigiano e gira l’Italia con un banchetto con le sue creazioni:

Fumo da 50 anni e leggere queste cose mi fa scompisciare dalle risate. A questi gli darei da analizzare la thai-stick che distribuivano a Roma nel 1975, al concerto dei Gong a Piazza Navona per la legalizzazione, organizzato da Muzak: due tiri e non ne volevi più. Mai più fumata in vita mia erba così potente, pareva un mezzo allucinogeno.
Sono stato ad Amsterdam ed in California… adesso fanno cose potenti, è vero. Ma quella lo era molto di più, tutta un’altra cosa, chiudevi gli occhi ed era un flusso continuo di visioni, come cartoni animati che andavano veloci. Adesso l’erba sarebbe più potente?
Mi fanno ridere. Figurati che in TV ho sentito uno di questi affermare che Bob Marley fumava marijuana al 2%: può dirlo solo una che non non si è mai mossa dal suo laboratorio e non ha neanche la più vaga e pallida idea di cosa sia l’erba giamaicana”.

Muzak_Navona

Al concerto gratis dei Gong a Roma in Piazza Navona ci sono stato pure io,[1] il 27 giugno del 1975 e questo conferma ciò che J. asserisce. La thai stick altro non è se non il termine gergale utilizzato per indicare i ‘bastoncini’ di infiorescenze di cannabis confezionati tradizionalmente in alcune regioni della Thailandia. Si tratta, in pratica, di bastoncini di legno, attorno a cui vengono raccolte le ‘colas’ ed il tutto viene poi tenuto assieme con del filo di cotone o con materiale vegetale.

La thai stick ci sarebbe ancora, ma sarebbe ‘roba per turisti’, non la marijuana potente di una volta, in qualche caso proposta come sigaro di canapa senza bastoncino e pronto da fumare. Quindi la thai stick thailandese, secondo quanto appreso, oggi non sarebbe più la marijuana descritta come stimolante, energizzante, molto euforizzante e vagamente psichedelica di una volta, ma un soprattutto un gadget per turisti, decisamente meno potente.

Un’altra importante testimonianza è quella di James Thomas: 

I served in the Air Force in Thailand in 1968/69 during the Tet Offensive and had all the good stuff for a mere pittance. We could get a grocery bag full for ten bucks. When I came back to the states, I had a chance to taste some Thai Stick in 1970. It was Bull Shit.
The Thai weed I smoked had a very distinctive taste, which I only ran into once, and it was just one joint. Nothing I have tasted in America other than that one joint taste like real Thai weed. That stuff was smooth and never harsh when taken through a bong. I was also taken out into the bamboo forest and shown how to make a real Bamboo Bong which the native people’s used.

La descrizione che viene dell’effetto della thai stick è coerente con la della pianta. La cannabis che cresce in Thailandia, infatti, è una sativa pura di tipo tropicale, a contenuto prevalente di THC e con pochissimo CBD.

Una delle cannabis più sbilanciate (se non la più sbilanciata) come rapporto THC/CBD, una genetica simile alla cannabis che si ritrova nel resto del sud est asiatico, quindi la stessa celebrata per la sua potenza dai soldati americani durante la guerra del Vietnam: se ne può apprezzare la minuziosa (e assai realistica) ricostruzione del tipo di effetto in una scena cult del film Apocalypse Now.

Talvolta chiamata anche Buddha Grass: una leggenda metropolitana recitava che fossero dei Thai Stick immersi nell’eroina liquida.

La cannabis thailandese può raggiungere anche alcuni metri di altezza e produrre molti chili di cime fiorite per pianta, ma la sua coltivazione può essere effettuata solo a latitudini tropicali, a causa del lunghissimo periodo di fioritura, che può arrivare a 4-5 mesi. Ma quale era il contenuto il THC della thai stick?

Secondo quanto segnalato dalla letteratura dell’epoca , le genetiche thailandesi e di quella regione in genere vengono accreditate di un contenuto di THC fino al 22%, a fronte di bassissime concentrazioni di CBD, i medesimi dati che vengono riportati nei siti che mettono in vendita i semi dei vari tipi di cannabis.[2] 

Con queste concentrazioni dei due principali cannabinoidi, il racconto di J. e di James Thomas diventa ancora più attendibile e l’effetto descritto giustificabile. Quindi, nel 1975, al concerto dei Gong in Piazza Navona per la legalizzazione della marijuana girava marijuana che poteva raggiungere il 22% di THC con marcati effetti allucinogeni.

La calabrese rossa

Thai Stick

A raccontarci della calabrese rossa è P., un ingegnere elettronico di 59 anni che vive in Basilicata.

Non fumo più molto. Quello che si trova adesso non mi piace E’ senza carattere, senza personalità. Va bene, è potente, ma non so che cosa si fumassero questi prima. L’erba che ho fumato negli ultimi anni è sicuramente più bella da vedere di quella dei miei tempi, più profumata ed invitante e soprattutto non è piena di semi, di foglie e di sterpi. Ma l’effetto…  che differenza con la calabrese rossa. Cosa darei per poterne fumare ancora un po’.
E pensare che all’epoca la pagavo 1000 lire al grammo e se andavo a prendermela in Calabria anche 400 lire. Avevo più o meno 20 anni, era il 1978 o 1979 e di non se ne trovava più, dovevano lanciare sul mercato l’eroina. Ci arrivò voce di una produzione enorme di erba locale in Calabria e iniziò la processione.
Io in quegli anni la comperavo a Matera, ma ce ne era tanta anche a Bari, a Taranto e anche nei paesi più piccoli. Te la tiravano dietro e forse anche grazie a questo nella zona in cui vivo l’eroina in quegli anni non è esplosa. Era brutta da vedere, piena di semi, di foglie e di sterpi e te la dovevi pulire.
Alla fine le cime erano meno della metà in peso, i contadini tiravano a venderti tutto, mettevano il più possibile della pianta nei sacchi. Quello che restava dopo averla pulita lo buttavi o ci facevi l’olio con l’alcol, ma c’era una differenza enorme di potenza fra i fiori ed il fogliame.
Qualcuno la sfarinatura se la rivendeva ai ragazzini. Se beccavi la cima giusta eri finito: un effetto intenso, fortissimo, addirittura allucinazioni.
La calabrese rossa c’è stata per due anni, poi è sparita. Non mi è mai più successo di avere un effetto così. Qualcosa di simile ad Amsterdam, 25 anni dopo. Ma molto pallido rispetto alla calabrese. Molto più pallido’”.

Sulla calabrese rossa girano varie leggende. Secondo alcuni altro non sarebbe se non il ceppo di cannabis che per decenni è stato custodito presso l’Orto Botanico di Salerno, lo stesso utilizzato dal prof. Valieri presso l’Ospedale degli Incurabili di Napoli per trattare gli asmatici. Se ciò fosse vero, la calabrese rossa sarebbe un’indica pura ed in effetti alcuni ceppi afghani tendono a diventare rossastri alla fine della maturazione.

Secondo alcune voci, questo ceppo sarebbe stato trafugato ed importato in Calabria già prima della Seconda Guerra Mondiale. Ma si tratta solo di una leggenda. Quello che invece è certo è che la calabrese rossa gode ancora oggi di fama di marijuana molto potente fra i vecchi consumatori, al punto che qualcuno ha pensato di rispolverare il brand e di metterne in vendita i semi, sfruttandone la notorietà ormai quasi leggendaria.[3] 

Non è possibile sapere se i semi reclamizzati siano effettivamente quelli della calabrese rossa, ma questa notizia conferma la sua fama di marijuana assai potente fra i consumatori.

NOTIZIA COLLEGATA
Storia della cannabis – capitolo 2: Olanda

La nigeriana nera

Nigeria

G. ha 62 anni, vive in Friuli, dove ha un negozio.

Io fumavo soprattutto hashish, l’erba che girava all’epoca al nord erano soprattutto pacchi. L’hashish andavo a prendermelo a Vienna o direttamente in Marocco, mezzo chilo per volta e mi è sempre andata bene, per fortuna. Ma avevo una strada aperta a Padova, alcuni studenti universitari nigeriani si finanziavano portandosi dietro dell’erba, in un modo molto ingegnoso che non voglio rivelare.
Quando venivo a sapere che era arrivata io correvo come un fulmine, perché quella si che era erba, non la paglia fatta in casa che girava. Pensa che una volta qui da me arrestarono uno con mezzo chilo di erba e gli fecero pure il processo e lo condannarono. Ma quello che lui aveva coltivato era canapone ed i semi li aveva presi dal mangime degli uccellini, il pollo. L’unica erba buona che è passata di qua in quegli anni era la nigeriana nera.
La chiamavamo nera perché era molto scura e molto secca, pressata. Non c’erano foglie ma era piena di semi. Più potente del nero (hashish, ndr) che girava in quegli anni. Il resto era paglia, più o meno. Ho coltivato i semi per un paio di anni, qui in Friuli. Veniva un’erba potente, anche se non siamo in Africa. Se poi te la fumavi subito dopo averla essiccata non ne parliamo”.

Se si approfondisce, la nigeriana è una sativa africana, con un ciclo di maturazione molto più breve e quindi coltivabile anche nel nostro paese, in quanto giunge a maturazione prima che arrivi l’inverno, a differenza della thailandese. Il fatto che sia scura non sarebbe dovuto solo ai metodi di essiccazione, ma anche al fatto che queste piante tendono ad assumere un colorito porpora quando giungono a fine maturazione.

Secondo le fonti prima citate, la cannabis locale nigeriana avrebbe un contenuto in THC fra il 15 ed il 20%.

Arrivano gli olandesi

breeders

Secondo le testimonianze raccolte, l’erba olandese ha iniziato ad arrivare in Italia alla fine del secolo scorso, favorita dal trattato di Schengen, ma anche da una sempre maggiore vocazione imprenditoriale degli industriali della cannabis in quel Paese.

Ho raccolto voci secondo le quali ormai gli olandesi si limitano a  gestire il mercato, spostando la produzione in paesi più tranquilli e discreti, che cambiano ogni tre anni, lasciando in eredità attrezzature e know-how.

Al di là dell’attendibilità di queste ricostruzioni e della reale provenienza dell’erba olandese (che sicuramente è olandese nella gestione del business), vi è comunque il dato di fatto che, a partire dagli ultimi anni del secolo scorso, ha iniziato ad essere disponibile anche nel nostro paese.

Pochi sanno che le genetiche presenti in Olanda sono state sviluppate in California proprio negli anni settanta e quindi esportate nei Paesi Bassi, per metterle al sicuro dalla War on Drugs dichiarata da Reagan.

E’ possibile trovare dei report molto dettagliati in rete, in cui vengono descritti i trasporti delle talee da San Francisco ad Amsterdam, custodite all’interno di provette con agar nutriente alla base. L’Olanda venne scelta dagli ibridatori californiani ‘in esilio’ in virtù della sua politica soft nel confronti della cannabis e per le competenze agronomiche.

La famigerata skunk (attualmente indicata da qualcuno come una micidiale cannabis transgenica, in grado di provocare psicosi) non è un prodotto olandese, ma è stata ottenuta proprio negli anni settanta in California da David Watson, per questo noto anche come Sam the Skunkman.

Nel 1984 Neville Schoenmakers, un australiano di origini olandesi trapiantato ad Amsterdam, acquistò  da David Watson 4 dei suoi ibridi: Original HazeSkunk #1Early Girl e California Orange e fondò la Seedbank, la prima banca del seme olandese.[4]

L’importanza degli olandesi sta nel fatto che essi hanno applicato le loro competenze agronomiche alla coltivazione indoor con tecniche idroponiche, sviluppando capaci di produrre ingenti quantità di cime fiorite in poche settimane, partendo da talee messe a fiorire.

La maggior parte delle centinaia di genetiche presenti oggi in Olanda, però, altro non sono se non il frutto di selezioni e successivi re-incroci dei quattro ibridi originari che Schoenmakers acquistò da Sam l’uomo della skunk. Ne deriva che la skunk non è un prodotto olandese degli ultimi anni, ma viene direttamente dagli hippy californiani degli anni settanta.

I semi da cui sono stati ottenuti i vari ibridi californiani originari (nel caso della skunk si trattava di semi afghani, colombiani e messicani) erano stati raccolti dai primi hippy nei loro viaggi in giro per il mondo, proprio alla ricerca dell’erba buona, dato che quella presente era definita cicoria.

Quindi le genetiche olandesi altro non sono se non gli ibridi ricavati dagli hippy californiani negli anni settanta, partendo da semi cosiddetti landrace (razze locali), raccolti in viaggi in giro per il mondo, in qualche caso organizzati proprio per questo (cacciatori di genetiche o strainhunters). Di ciò conviene prendere nota e proseguire.

La marijuana albanese

albania-fattoria

La coltivazione di cannabis in Albania non è iniziata in epoca recente, bensì nella seconda metà degli anni settanta,  sotto il regime comunista di Enver Hoxha. Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche con La Cina, il regime aveva bisogno di reperire nuove fonti di sostentamento per le casse pubbliche.

Nacquero così le piantagioni di stato, situate soprattutto nelle regioni meridionali, ai confini con la Grecia e la cannabis divenne una sostanza di consumo abituale in Albania. La coltivazione della cannabis è sopravvissuta al crollo del regine ed a partire dagli anni novanta l’Albania ha iniziato ad esportare la marijuana prodotta localmente in Europa, soprattutto attraverso la rotta pugliese.

L’erba albanese non gode di una buona reputazione fra i consumatori.

Non hanno nessuna attenzione: la raccolgono quando non è ancora completamente matura e la fanno seccare con l’ammoniaca. La pressano per il trasporto. A volte è secca da fare schifo e fa tossire. Se proprio non hai altro da fumare può andare bene, ma chissà cosa ci mettono dentro”.

Sul contenuto della marijuana albanese hanno girato molte voci nel corso degli ultimi 20 anni. Un’indagine della TV Svizzera ha evidenziato la presenza di contaminanti come lacca per capelli, lana di vetro e piombo.[5]

La marijuana albanese è una sativa a contenuto medio di THC e basso di CBD, selezionata per essere coltivata in quella regione negli anni del regime. Secondo una review sistematica effettuata nel 2012, la concentrazione di THC della marijuana di produzione albanese varia, a seconda delle zone di produzione, dall’1.1% al 12.1%.[6] 

Anche l’Albania, però, si va orientando verso genetiche selezionate e utilizza tecniche di produzione sempre migliori, pertanto secondo alcuni la qualità dell’erba albanese è destinata a salire.[7]

Nel 2014 il governo albanese ha inviato 800 uomini per stroncare la produzione di cannabis nel territorio di Lazarat, un comune di poco più di 3000 abitanti nel distretto di Argirocastro nel cui territorio si stimava venissero prodotte annualmente 900 tonnellate di cannabis.

L’operazione portò al sequestro di 10 tonnellate di cannabis, alla distruzione di molti campi ed all’arresto di 56 persone.[8] Il blitz di Lazarat si è dimostrato, a distanza di qualche anno, un boomerang micidiale, perché ha favorito la coltivazione di cannabis in tutto il territorio del paese delle Aquile ed attualmente le piantagioni sono più estese del passato e crescono in regioni che fino a qualche anno fa erano immuni al fenomeno.

La letteratura scientifica

Se si effettua una ricerca nella letteratura si scopre che le segnalazioni sull’aumento della potenza della cannabis sono iniziate in realtà più di 30 anni orsono e si sono succedute in più riprese.

Nel 1986 Sidney Cohen, un professore di Psichiatria accademico americano, sosteneva che la potenza della cannabis in California era aumentata di 10-15 volte fra gli anni settanta e gli anni ottanta[9] e pertanto Cohen era convinto che fosse comparso un nuovo tipo di cannabis.

Le teorie di Cohen vennero definitivamente smontate due anni dopo da Mikuriya e  Aldrich, che rimproverarono a Cohen di ignorare “secoli di conoscenza sulla cannabis” e dimostrarono come i risultati registrati ad altro non fossero riconducibili se non a miglioramento della qualità del mercato illegale ed all’acquisizione di competenze nell’autocoltivazione.[10]

Alla fine degli anni novanta sono invece i tossicologi forensi a segnalare nuovamente un aumento della percentuale del THC nella marijuana sequestrata negli USA, pubblicando un lavoro in cui erano stati analizzati oltre 35.000 campioni di materiale vegetale sequestrato fra il 1980 ed il 1997.

NOTIZIA COLLEGATA
Storia della cannabis – capitolo 1: la California e i primi ibridi

Secondo questo studio, la percentuale di TCH media dei vari tipi di marijuana presente sul mercato illegale statunitense era passata dall’1,5% nel 1980, al 3,3% nel 1983 al 4.2% nel 1997. In realtà, osservando bene le tabelle riassuntive dei dati, si può notare che già nel 1980 erano presenti campioni di  (marijuana senza semi) che superavano il 13% di THC, ma erano pochi rispetto al totale del materiale sequestrato.

L’incremento negli anni successivi, invece, è legato ad un aumento della quota di marijuana di buona qualità sequestrata. Molto interessante anche il fatto che nello stesso lavoro non vengono segnalate variazioni della potenza per l’hashish e per l’olio di hashish.[11]

Ma quale era veramente la percentuale di THC della cannabis negli anni settanta in California? Gli studi visti finora riportano solo delle medie e non fanno differenze fra i tipi di sostanza analizzata, le partite, la provenienza etc. Vi è però uno studio assai interessante,[12] pubblicato nel 1979, che riporta i dati del  LAC-USC Street Drug Identification Program in corso a Los Angeles in quegli anni, in cui venivano analizzati campioni prelevati dal mercato illegale e classificati per provenienza.

Contenuto medio in THC (marijuana, tutte le varietà)
1974 1975 1976 1977
4.8% 9.8% 7.1% 8.6%

 

Secondo questo monitoraggio, quindi, il mercato di Los Angeles negli anni settanta offriva marijuana con un contenuto medio di THC molto superiore all’1,5% accreditato dallo studio precedente. Molto più interessanti, però, sono i risultati degli esami effettuati sui vari campioni divisi per tipo di cannabis.

Contenuto in THC per tipi di marijuana (Los Angeles, 1974-1977)
Acapulco Gold 16.8%
Thai Stick 13% (sono stati esclusi i campioni cosparsi di olio di hashish)
Buddha Stick 19.1%
Colombiana 6.9%
Produzione casalinga 5.3%
Sinsemilla non specificata 7.4%
Californiana senza semi 4%
Marijuana di tipo commerciale 1.4%
Non identificata 4.2%

 

Questi dati sono assai diversi da quelli ricavati facendo la media di migliaia di campioni sequestrati e rendono conto del fatto che le potenzialità dei vari ceppi di cannabis negli anni settanta erano esattamente le stesse di adesso.

Infatti, ad esempio, il contenuto in THC dell’Acapulco Gold messicana è addirittura maggiore di quello della Thai Stick ed è facile ipotizzare che questo fosse dovuto ad i minori problemi legati al trasporto dal Messico piuttosto che dalla Thailandia.

La Buddha Grass, probabilmente, altro non è se non un altro nomignolo per la Thai Stick o comunque una marijuana asiatica di tipo tropicale. Le percentuali di THC non differiscono molto da quelle riportate nei siti delle attuali banche del seme.

Gli studi effettuati negli stessi anni in Nuova Zelanda non hanno segnalato invece variazioni della percentuale di THC della marijuana nel periodo dal 1976 al 1996, ma una riduzione marcata della potenza dell’olio di hashish, scesa dal 34% al 13%.[13]

L’indubbio aumento delle dimensioni del mercato ne ha condizionato anche una maggiore vivacità e velocità. Il contenuto in THC della cannabis si riduce col tempo. La degradazione del THC in CBN inizia subito dopo il raccolto e la sua velocità può variare in ragione della temperatura, dell’umidità e dell’esposizione alla luce.

Il processo di degradazione è molto più veloce per il materiale vegetale essiccato rispetto alla resina ed all’olio di hashish: quando conservata 4 anni a temperatura ambiente ed in condizioni ottimali la marijuana perderebbe circa metà della sua potenza.[14] Se le condizioni di conservazione sono peggiori la marijuana si degrada molto più in fretta.

Secondo Sauvigny 1) la presenza di materiale vegetale più fresco sul mercato illegale riduce di almeno il 40% la portata dell’aumento del THC che è stato osservato 2) se si confrontano i dati sulla potenza tenendo presente la qualità della marijuana che viene analizzata, l’aumento del THC osservato nel mondo negli ultimi decenni non è di decine di volte, ma solo del 57-67%.[15]

Studi volti a valutare le tendenze nel contenuto di THC della cannabis presente sul mercato illegale sono stati effettuati anche in Europa. Fra il 2004 ed il 2005 il contenuto medio di THC della marijuana che circolava sul mercato illegale in Inghilterra era del 2%, ma venivano segnalati campioni di sinsemilla con un contenuto del 14%.[16]

In Francia la percentuale di THC della marijuana sarebbe passata dal 2% del 1995, al 7% nel  2009 fino al 13% nel 2015, assieme ad una riduzione del rapporto CBN/THC, che testimonia la presenza di materiale vegetale più fresco.[17]

In Italia, Zamengo e collaboratori hanno riportato un aumento della concentrazione del THC nella marijuana sequestrata nel nord-est del Paese, la cui media è passata dal 6% all’8,1% nel periodo compreso fra il 2010 ed il 2012, assieme ad una riduzione della concentrazione di CBN: anche in questo caso, quindi, si trattava di un prodotto più fresco.

Gli autori attribuiscono l’aumento osservato alle migliorate tecniche di ibridazione.[18] Gli stessi autori hanno segnalato un nuovo aumento nel 2013, con una percentuale media di THC del 9.5%.[19]

Per spiegare l’aumento di potenza riportato da alcuni studi, è stata invocata anche la presenza di cannabis geneticamente modificata, in modo tale da aumentarne il contenuto in THC.

Secondo un lavoro pubblicato nel 2012, i livelli elevati di THC registrati negli ultimi anni nei campioni di sinsemilla dovevano essere considerati il risultato di tecniche di ibridazione e di coltivazione piuttosto che il frutto della presenza di marijuana OGM della cui presenza, considerate le evidenze a disposizione, non vi era nessun indizio a supporto.[20]

In Nuova Zelanda nel 2010 è stato condotto un esperimento molto interessante.[21] Si trattava di una ricerca voluta dalla polizia australiana e neozelandese, per valutare le potenzialità della coltivazione domestica.

Sono stati coltivati 4 ceppi di cannabis, di cui non viene rivelata la genetica nell’articolo (per evitare pubblicità) e sono state utilizzate le tecniche idroponiche, tipiche della coltivazione indoor casalinga.

Dopo il raccolto e l’essiccazione, il materiale vegetale ottenuto è stato analizzato. Le piante più potenti sono risultate essere le sative tropicali, con percentuali di THC che superavano il 25% (in un caso il 30%). Le genetiche di tipo indica, invece, avevano un contenuto in THC che difficilmente raggiungeva il 10% (il 9,7% nel caso di una pianta coltivata all’aperto).

Questo esperimento è molto importante, perché dimostra  che, quando la cannabis viene messa in condizioni ottimali, può raggiungere concentrazioni di THC superiori al 20% e questi risultati sono anche coerenti con i report dei consumatori esperti.

Parallelamente in Australia veniva condotto uno studio, per verificare quanto riportato da alcuni autorevoli commentatori secondo cui: 1) la potenza della cannabis in quel Paese negli ultimi 20 anni fosse aumentata di 30 volte; 2) i problemi legati alla cannabis in Australia fossero aumentati negli ultimi anni  e che 3) che questo aumento di potenza avesse portato ad un incremento esponenziale dei problemi correlati alla cannabis.

L’analisi dei dati, condotta da due ricercatori esperti nel campo, permise di appurare che l’incremento era stato in realtà assai modesto e che la maggiore incidenza di problemi correlati alla cannabis era da ricondursi piuttosto ad un cambiamento delle modalità del consumo.[22]

In Giappone, fra il 2010 ed il 2011, sono stati analizzati 6736 campioni di marijuana sequestrata. Il primo dato evidenziato dai ricercatori è che il 62,5% dei campioni ed il 73% in peso era costituito solo da cime fiorite prive di semi, senza foglie o steli.

Molti campioni contenevano elevate concentrazioni di CBN, indice di una lunga conservazione, con degradazione di THC e sono stati esclusi dall’analisi statistica. Sono stati presi in considerazione solo i campioni in cui il rapporto CBN/THC fosse pari a 0.1 o inferiore.

Così analizzata, il contenuto medio in THC della cannabis presente sul mercato giapponese è risultato essere dell’11.2%, con un massimo del 22.6%.[23]

L’analisi di 206 campioni di marijuana sequestrati nel New South Wales (Australia) fra il 2010 ed il 2011 ha rilevato una concentrazione media di THC del 14.9% a fronte di una bassissima presenza di CBD (0.14%)[24] (ovvero il tipico profilo terpenico della cannabis tropicale tipo Thai Stick).

In controtendenza con quanto segnalato nel resto del mondo, la potenza di tutti i tipi di cannabis (sia quella prodotta localmente sia quella importata) in Olanda è prima aumentata fino al 2005,[25]per poi ridursi significativamente dal 2005 al 2015.[26]

NOTIZIA COLLEGATA
Fondamenti di base della genetica della cannabis

L’analisi effettuata sui campioni di cannabis e derivati sequestrati in Egitto nel corso del 2016 ha evidenziato un contenuto massimo di THC per l’hashish del 31.3% ed un contenuto minimo per la marijuana dell’11.1%.[27]

Un lavoro recentissimo apparso sempre su Addiction, ha evidenziato come il mercato della nello stato americano di Washington sia attualmente dominato da cime di marijuana selezionata ad alto costo ed elevato contenuto di THC, spesso superiore al 20%. Sono anche in vendita estratti della pianta con un contenuto che raggiunge il 68%.[28]

Riflessioni

Il mercato illegale globale e di massa della cannabis, a differenza di quello dei derivati dell’oppio, è un mercato giovane, che ha iniziato ad espandersi negli anni settanta.

In quell’epoca, in tutti i Paesi occidentali, la cannabis che veniva consumata era costituita in gran parte da stupefacente di importazione, proveniente da quelle regioni del mondo in cui storicamente si produceva la cannabis: nel nostro Paese, in particolare, il mercato era costituito quasi esclusivamente dall’hashish, di provenienza libanese o marocchina.

La poca marijuana presente, tranne qualche eccezione, era di qualità molto cattiva (cicoria) ed era costituita da materiale vegetale secco, in cui le cime fiorite erano frammiste alle foglie ed agli steli.

Negli anni settanta gli hippy hanno iniziato a portare in occidente i semi raccolti nei loro viaggi in giro per il mondo ed è iniziata la ricerca sull’ibridazione, al fine di ottenere ceppi adatti ad essere coltivati alle latitudini statunitensi.

In quegli anni, in California, sono state sviluppate le genetiche da cui oggi deriva la stragrande maggioranza della cannabis di qualità che è coltivata nel mondo.

Con l’elezione di Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti d’America, le genetiche ibride ottenute in California sono state messe al sicuro in Olanda, dove è anche iniziata la produzione di cannabis locale su vasta scala utilizzando tecniche idroponiche avanzate e sono state istituite le banche del seme, per conservare e diffondere queste genetiche.

La comparsa dell’erba idroponica olandese sul mercato illegale ha cambiato radicalmente il mercato della marijuana illegale, che fino ad allora era stato caratterizzata da un prodotto che, la maggior parte delle volte, era di qualità molto bassa, perché vecchio o coltivato male o ancora non selezionato.

Inoltre, la marijuana olandese viene venduta solo in cime fiorite e non vi è alcun bisogno di effettuare una selezione del materiale vegetale.

La marijuana olandese può raggiungere percentuali di THC che superano il 20%, in quanto ottenuta da ceppi selezionati e messa a coltivare in condizioni ideali, ma campioni di cannabis con percentuali identiche venivano già sequestrati a Los Angeles negli anni settanta, come prima documentato.

Non sembra esistere quindi alcuna cannabis OGM né tantomeno le potenzialità della pianta sono cambiate negli ultimi decenni, esiste un mercato che è cresciuto e che si è ormai assestato ed in cui la marijuana non è più la sorella povera dell’hashish, ma una sostanza ancora più apprezzata dai consumatori, in quanto ritenuta potenzialmente più pulita e difficile da tagliare.

Le variazione delle percentuali di THC misurate sono reali ed attendibili, ma esse testimoniano le varie fasi di questo processo piuttosto che variazioni nella potenza della pianta, fermi restando i vantaggi della selezione, che comunque avrebbero prodotto un incremento della potenza molto modesto (50%).

Già nel 2008 Mc Laren faceva rilevare che in tutti gli studi effettuati esiste un’enorme variabilità del contenuto di THC nei campioni analizzati per cui i consumatori, nel corso dello stesso anno, possono essere esposti a variazioni di potenza maggiori di quelle che si possono registrare confrontando le medie a distanza di decenni[29] e che queste non stanno a  testimoniare alcuna evoluzione della specie vegetale, ma del modo in cui l’uomo la seleziona, la coltiva e la commercia.

Alla luce di queste osservazioni, fanno sorridere (per la loro disarmante ingenuità) le affermazioni di qualcuno secondo le quali gli hippy in America negli anni settanta fumavano marijuana al 2%.

Abbiamo visto che la marijuana tropicale con THC superiore al 20% era già presente a Los Angeles nel 1975. La marijuana al 2% era quella ‘cicoria’ di cui si lamentano gli intervistati all’inizio dell’articolo e veniva spesso utilizzata per i cosiddetti ‘pacchi’.

Le potenzialità della cannabis non sono cambiate nel corso di decenni ed è opportuno tenerlo presente qualora ci si accinga a qualsiasi forma di regolamentazione. La produzione di ceppi di cannabis a basso contenuto di THC nella convinzione errata che questa sia la vera cannabis e l’altra invece quella transgenica, rischia di lasciare molto delusi i consumatori e di vanificare la maggior parte dei possibili effetti positivi di una sua eventuale regolamentazione, come sta accadendo in Uruguay.

La cannabis è questa e non quella vagheggiata assai imprudentemente da alcuni psichiatri,[30]sulla scorta di osservazioni e studi che, alla luce dei fatti, appaiono assai deboli sul piano scientifico e metodologico e continuano ad essere puntualmente smentiti da quelli successivi.

[1] http://www.saluzzishrc.com/blog/2013/01/gong-robert-wyatt-piazza-navona-roma/

[2] https://www.wikileaf.com/strain/thai/

[3] http://www.santaplanta.eu/negozio/nuovi-arrivi/onda-calabra-auto-1-seme-femm-zoes-seeds/

[4] https://en.wikipedia.org/wiki/Nevil_Schoenmakers

[5] http://www.dolcevitaonline.it/le-tre-sostanze-tossiche-con-cui-le-mafie-tagliano-la-cannabis/

[6] Bruci Z, Papoutsis I, Athanaselis S, Nikolaou P, Pazari E, Spiliopoulou C, Vyshka G. First systematic evaluation of the potency of Cannabis sativa plants grown in Albania. Forensic Sci Int. 2012; 222(1-3):40-6

[7] http://www.occhidellaguerra.it/lalbania-e-la-capitale-europea-della-cannabis/

[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Lazarat

[9] Cohen.S. Marijuana : Selected recent findings. Drug Abuse and Alcoholism Newsletter, 1986; 15(1):1-3

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