La cannabis nella storiaLa cannabis nella storia miti leggende e curiosità – 2 parte

Chi sono gli ascetiChi sono gli asceti

Cosa vuol dire “ascetismo”? Il termine ascetismo deriva da “ascesi” (dal greco antico askesis) una parola che in origine significava “esercizio” e che le pratiche ascetiche si propongono di conseguire una condizione di vita che, diversamente da quella ordinaria, realizzi superiori valori religiosi. L’ascesi comporta quindi una svalutazione del corpo fisico tramite sacrifici, rinunce e mortificazioni della carne al fine di raggiungere una superiore spiritualità.

Questi uomini [e donne, anche se rare (le donne hanno la denominazione di sâdhvi)] hanno rinunciato ad ogni cosa, hanno tagliato i ponti con le loro famiglie e campano solo grazie alle offerte dei devoti. Molti vengono considerati come grandi maestri dello Yoga, tanto che hanno dei veri e propri allievi. Arriviamo ora al nocciolo del discorso: i loro presunti poteri. In alcune mitologie orientali vengono citati spesso racconti riguardanti santoni che hanno acquisito poteri straordinari tramite la pratica dell’ascesi.

Questi maestri dello Yoga riconoscono che il mondo non è altro che illusione (māyā) e conquistano il potere di poter manipolare quest’illusione grazie alla liberazione (moksha). Da tempi immemori gli asceti vengono temuti e rispettati, riveriti quasi come dèi. Queste siddhi, o come li chiameremmo noi: “poteri”, possono essere innate o essere guadagnate grazie ad uno stile di vita austero. Gli yogi (o asceti o sâdhu o siddha che dir si voglia) non dovrebbero sforzarsi di acquisire le siddhi, bensì dovrebbero arrivare “naturalmente” come premio per il compimento del loro yoga e accettarle così come “segni” del successo.

Quindi, le siddhi non sono il fine ultimo, bensì un segno che il fine ultimo è stato raggiunto. Non tutti sono d’accordi con la definizione di “premio”, per alcuni sono solo uno ostacolo al vero traguardo, verso la liberazione totale, cioè la morte. Perché se si afferma che maya è un illusione anche le nostre esistenze terrene lo sono, e come decantavano gli albigesi, catari, l’unico modo di sfuggirvi e non produrre più materia per questo gioco (figli), non procreare. 

La Cannabis nel mondo islamico

La storia di Haider

I mistici Sufi della Persia tramandano una leggenda sulla scoperta degli effetti psicoattivi della , dovuta all’attenta osservazione e intuizione di un monaco. E’ probabile che, originariamente, questo racconto venisse tramandato segretamente fra i membri delle sette sufi, i quali adottarono l’uso della fra le tecniche di modificazione della coscienza ch’essi praticavano per scopi mistico-rivelatori. Viene qui riportata la versione proposta da Paolo Mantegazza nel 1871.

Haider, capo degli asceti e dei flagellanti, viveva fra le più rigide privazioni su di un monte fra Nishabor e Rama, dove aveva fondato un convento di fachiri.

Egli viveva già da dieci anni in quella solitudine, senz’averla mai lasciata per un’ora; quando in un giorno ardente d’estate partì tutto solo pei campi. Al ritorno il suo volto brillava di gioia, accolse le visite dei suoi confratelli e li invitò alla conversazione.

Interrogato sulla sua letizia narrò come avesse trovato nella sua gita una pianta, che sotto il calore più soffocante sembrava ballare al sole piena di gioia, mentre tutte le altre se ne stavano torpide e tranquille. Egli allora raccolse di quelle foglie e ne mangiò. Condusse colà i suoi frati; tutti ne mangiarono e tutti divennero allegri.

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Pare però che lo sceicco Haider usasse specialmente di una tintura alcolica di canapa, perché un poeta arabo canta la coppa di smeraldo di Heider. Questi sopravvisse dieci anni alla sua scoperta, e quando morì, i suoi discepoli, assecondando un suo desiderio, piantarono sulla sua tomba una pianta di canapa. Da quella tomba santa si sparse l’haschisch nel Khorasan.

Da: PAOLO MANTEGAZZA, 1871, Quadri della natura umana. Feste ed Ebbrezze, vol. 1 e vol. 2, Milano, Bernardoni, vol. II, p. 452 (Mantegazza prese questo mito da Mordecai C. Cooke, 1860, The Seven Sisters of Sleep, Blackwood, London, pp. 225-6).

Il percorso di Yehoshua Ben YosefIl percorso di Yehoshua Ben Yosef

Fermo restando che il fine ultimi per loro e sfuggire da questa maya, e non ci sono altre vie se non “morire” per rinascere realmente. Identico senso allegorico lo ritroviamo nel percorso di Yehoshua Ben Yosef (il cristo, l’unto, l’illuminato, il leone di giudea) da uomo a Dio. Uomo che mori in croce lasciando spazio al divino che però dovetti lasciare questa illusione terrena.

Consiglio al lettore di visionare gli affreschi del duomo di Monreale (cattedrale di santa Maria nuova), dove in un mosaico è presente un Gesù guaritore fronteggiato da una inconfondibile foglia di . Duomo in parte progettato e realizzato da quegli antichi detentori di conoscenze ritrovate sotto il tempio di Re Salomone, “i templari”.

L’olio sacro d’unzione dei cristiani oltre a mirra e cannella (Esodo 30, 22-33) conteneva un ingrediente denominato Kaneh-bosm (canna odorifera nella versione italiana): secondo i Rasta e come proposto dall’autorevole giornale britannico The Guardian nel 2003, riportando un articolo di Chris Bennet della rivista High Times, questo ingrediente sarebbe la cannabis.

Kaneh o Kannabus, in ebraico tradizionale, la cui radice Kan significa Canna o canapa, mentre bosm significa aromatico, com’è senza dubbio la profumata cannabis. Questo termine compare altre volte nella Bibbia: nel Cantico dei Cantici (4,14), in Geremia (6,20), in Ezechiele (27,19), in Isaia (43,24).

Anche l’incenso religioso nominato nella Bibbia non sarebbe altro che l’attuale hashish. Fatto a mano – come in – e dandogli la forma di dito, l’hashish effettivamente potrebbe essere un eccezionale inceso da bruciare sacralmente nei templi. 

Secondo la leggenda, poi, la cannabis cresceva sulla tomba di Salomone, appartenente alla dinastia sacra di Re David, come Cristo. Una dinastia reale nera e con le classiche pettinature a ciocche, come quella di una altro mito rastafariano, Sansone, l’uomo dall’incredibile forza scaturita dai suoi capelli raccolti in “sette trecce del capo” (Giudici 16,19). Alla stessa dinastia apparterrebbe pure Ras Tafari, meglio conosciuto come Haile Selassie I, imperatore d’Etiopia nello scorso secolo, dopo che il di Salomone fu portato nel Corno d’Africa dalla regina di Saba.

La cannnabis era ampiamente impiegata nella medicina del Mediterraneo del tempo. Vicino a Betlemme, per esempio, in una tomba del quarto secolo avanti Cristo, sono state ritrovate tracce di cannabis accanto ad una donna con ancora il feto nella regione pelvica, probabilmente deceduta durante il parto. La cannabis era quindi utilizzata anche come anestetico per partorienti. 

Il suo uso terapeutico era all’ordine del giorno e allo stesso modo gli apostoli usavano l’olio sacro per curare le malattie (Marco 6,13):

”E cacciavamo molti demoni, e ungevamo di olio molti infermi e li sanavamo”.

Un tempo, giustamente o meno, si credeva gli ammalati fossero posseduti da demoni e la cannabis, come nell’antica India, era considerata in grado di scacciarli ridonando salute.

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Così, una persona a terra con crisi epilettiche era un indemoniato e con l’unzione all’anticonvulsionante cannabis (la sua azione nell’epilessia è ampiamente documentata dalla scienza) si urlava al miracolo per la fine delle sofferenze.

Allo stesso modo, cita Julie Holland in “The Pot Book”, gli apostoli curavano malattie per la quali la scienza moderna ha espresso la validità della cannabis: problemi mestruali (Luca, 8:43,48), agli occhi (Giovanni, 9:6-15) e alla pelle (Matteo 8:1-4, 10:8, 11:5, Marco 1:40-45,  Luca 5:12-14, 7:22, 17:11-19).

Una altro aspetto interessante sulla marijuana nella Bibbia, oltre a quello terapeutico, potrebbe esser relativo al processo d’apprendimento che innesca. Sappiamo che è pieno di ricettori dei cannabinoidi che, oltre a ricevere quelli preziosi prodotti dal corpo, accolgono pure quelli provenienti dalla marijuana, attivando quest’organo in tutte le sue funzioni e innescando un processo d’apprendimento nei confronti della natura che a volte lascia letteralmente stupefatto e a bocca aperta il .

Senza bigottismo, già l’antico induismo shivaita attribuiva alla marijuana la capacità di cancellare l’ignoranza e, a quanto sembra, pure nella Bibbia l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male potrebbe essere proprio la nostra innocente beneamata.

“E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi, e non avete bisogno che nessuno vi ammaestri, ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è verace e non mente, state saldi in lui, come essa vi insegna” (1 Giovanni 2:27).

Secondo queste indicazioni, nell’antico cristianesimo, come per gli attuali Rasta, non c’è bisogno di ammaestratori di anime (i Rasta non hanno preti, ma cantanti reggae a raddrizzare l’anima con la musica, e nemmeno chiese, mentre il proprio corpo è il tempio) e le conoscenza necessarie a una vita giusta vengono intuite  con l’unzione (Cristo significa unto), con la necessità di restare saldi in ciò che si è appreso per ricevere la salvezza. Un pratica, quella dell’unzione, che richiede quindi un totale abbandono agli effetti delle erbe contenute e un’incredibile fiducia nell’amica natura.

E non pensate fosse una passeggiata per tutti quella di diventare cristiani. Ai tempi il proibizionismo non esisteva, le erbe erano abbondanti e non c’erano tabù sul consumo.

La ricetta di Mosè includeva 250 Sicli di canna odorifera in un Hin di olio d’oliva. Da un piccola ricerca ho scoperto come il Siclo fosse un’unità di misura del Medio Oriente e quello dei santuari per pesare le erbe era del valore di 10 grammi, mentre lo Hin misurava i liquidi e corrispondeva a circa 6 litri, entro i quali vi erano quindi 2 chili e mezzo di marijuana.

Una quantità in grado di unirti a Dio secondo gli antichi precetti ebrei, visto che è scientificamente provato la cannabis sia assorbita dalla pelle efficacemente quando il vettore è l’olio.

Secondo molte storie tramandate dai tempi del cristo uomo, l’olio sacro per le unzioni cerimoniali era una miscela a base di olio di coccodrillo (come quello sacro alla dea Iside) e cannabis.

Cannabis nell’antico EgittoLa cannabis nell’antico Egitto

La presenza della Cannabis nell’antico Egitto è stata oggetto di discussioni fra gli studiosi che si sono occupati del tema. Per alcuni autori, antichi e moderni, la canapa era totalmente sconosciuta fra gli antichi Egiziani (si vedano ad esempio Woenig, 1897, p. 189 e Germer, 1985, p. 23). Ma alcuni dati archeologici parrebbero contraddire quest’affermazione troppo recisa.

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Da un punto di vista dell’evidenza diretta, cioè delle rimanenze materiali della pianta, sono venuti alla luce scarsi reperti. Resti di tessuto di canapa sarebbero stati ritrovati ad El-Amarna nella tomba di Amenhotep IV (Akhenaton), un faraone che regnò nel XIV secolo a.C. (Martin, 1989, vol. II, p. 256).

La presenza di polline di Cannabis è stata identificata nel suolo del sito di Nagada, in uno strato datato alla metà del III millennio a.C. (Emery-Barbier, 1990) e, sorprendentemente, all’interno della mummia di Ramesse II, faraone che morì agli inizi del 1200 a.C. (Leroi-Gourhan, 1985).

Polline di canapa è stato ritrovato anche in una mummia del periodo tolemaico, datata attorno al 100 a.C. (Girard & Maley, 1987). Ma è probabile che si tratti di contaminazioni moderne (per quanto riguarda questi ritrovamenti, e il ritrovamento di THC in diverse mummie egizie per opera dell’équipe tedesca della Balabanova, si lo studio critico Le “mummie drogate” della Balabanova)

Per quanto riguarda gli aspetti linguistici, Dawson (1934) ha proposto l’identificazione del nome e del geroglifico ŝmŝmt (shemshemet) con la Cannabis. Il primo riferimento a questo nome si trova nei Testi delle Piramidi (§514) ed è datato al 2350 a.C. Vi si : “Il Re ha legato le corde della pianta ŝmŝmt”; ciò ricondurrebbe all’utilizzo della canapa per la sua fibra.

 Il medesimo simbolo geroglifico si ritrova in diversi papiri medici scritti nella lingua ieratica. Nel Papiro Ramesseum III, datato attorno al 1700 a.C., si legge: “Un trattamento per gli occhi: sedano; ŝmŝmt; viene pestato e lasciato nella rugiada per tutta la notte. Entrambi gli occhi del paziente devono essere lavati con questo alla mattina” (A 26). E’ stato suggerito che si tratti di un rimedio per il .

Nel Papiro di Ebers, redatto durante la XVIII Dinastia (1550-1295 a.C.), si legge un rimedio di natura ostetrica: “Un altro medicamento per raffreddare l’utero ed eliminare il suo calore: ŝmŝmt; pestare in miele; introdotto nella sua vagina. Questa è una contrazione”. In un altro passo del medesimo Papiro la pianta ŝmŝmt è indicata come uno degli ingredienti per la cura dei vermi alle unghie dei piedi.

Nel Papiro di Berlino, redatto durante la XX Dinastia (1186-1069 a.C.), al passo 81 si legge: “Un rimedio per trattare l’infiammazione: foglie [o cime?] di ŝmŝmt; olio bianco. Da usare come un unguento”.

Nel Papiro Chester Beatty, del medesimo periodo del Papiro di Berlino, si legge un rimedio per un’affezione anale chiamata kapou, apparentemente un tipo di infiammazione: “Come lavaggio, per cacciare via le sostanze brucianti chiamate kapou nell’ano e per rinfrescarlo: ŝmŝmt ¼; la pianta djaret: 1/32; acqua mesta: 25 ro.

Ciò verrà posto nell’ano, seguendo per quattro giorni” (Bt 24) (Per questi e altri passi nei papiri medici si vedano Russo, 2007 e Manniche, 1989, pp. 82-3; le datazioni dei papiri qui citati sono state prese da Nunn, 1996, p. 210).

L’utilizzo delle piante psicotrope fa parte della religiosa umana, fin dai tempi delle caverne come descritto nei libri “Il sogno sulla roccia”, “Mitologia delle piante inebrianti” e “Allucinogeni e cristianesimo”.

La cannabis nella storia miti leggende e curiosità – 1 parte

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