Effetti della marijuana medica sul sistema immunitario

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EPIDIOLEX IL PRIMO FARMACO PER L’EPILESSIA A BASE DI CBD È STATO APPROVATO ANCHE IN EUROPA

Epidiolex: il primo farmaco per l’epilessia a base di CBD è stato approvato anche...

Dopo l’approvazione nel 2018 negli Stati Uniti, l’Epidiolex è stato approvato anche in Europa. La Commissione Europea ha infatti autorizzato l’immissione in commercio del farmaco per l’uso come terapia aggiuntiva delle crisi epilettiche associate alla sindrome di Lennox‑Gastaut (LGS) o alla sindrome di Dravet in associazione con clobazam nei pazienti di età pari o superiore ai 2 anni.

Gli studi di Fase III, pubblicati sulle riviste The New England Journal of Medicine e The Lancet, hanno dimostrato che il CBD, in aggiunta ad altre terapie antiepilettiche, è in grado di ridurre significativamente la frequenza e l’intensità delle crisi nei pazienti. Gli eventi avversi più comunemente riscontrati nei pazienti trattati con il farmaco sono stati sonnolenza, diminuzione dell’appetito, affaticamento, diarrea, innalzamento delle transaminasi, malessere, astenia, eruzioni cutanee, insonnia e disturbi del sonno.

“L’autorizzazione di una soluzione orale di cannabidiolo è un’importante pietra miliare per i pazienti e le famiglie le cui vite risentono significativamente di queste forme di epilessia rare, complesse e che durano tutta la vita”, ha detto Isabella Brambilla, Presidente della Federazione Europea della Sindrome di Dravet e della Associazione Dravet Italia Onlus.

I diversi studi scientifici hanno infatti dimostrato che il CBD ha l’effetto di ridurre sensibilmente il numero e l’entità delle crisi epilettiche, portando ad un miglioramento generale nella qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie. E’ un argomento che di recente avevamo affrontato con il dottor Pasquale Striano, ricercatore presso l’Università degli Studi di Genova e neurologo infantile presso il Gaslini, che aveva indicato il CBD come: “Un farmaco tra i primissimi da considerare per questi bambini”, vista la sua “efficacia clinica e la tollerabilità eccellente” nell’epilessia.

Il prezzo e la possibilità che venga prescritto o meno a carico del servizio sanitario nazionale dipenderà dall’Aifa. In Europa l’unico farmaco registrato a base di cannabis è il Sativex, che tra i suoi principi attivi ha sia il THC che il CBD. La GW Pharmaceuticals è un’azienda britannica, è non è un caso che proprio la Gran Bretagna sia stata il primo paese a dichiarare il CBD come principio farmacologico, mettendo quindi fine alla produzione ed alla vendita libera. Il ministero della Salute del Regno Unito ha riconosciuto che il CBD è un farmaco e al tempo stesso ne ha vietato ogni forma di “vendita, fornitura, promozione e pubblicità”. Il tutto a partire dal mese di novembre del 2016. Una decisione dovuta al fatto che, essendo ora classificato come farmaco a tutti gli effetti, i produttori di farmaci a base di CBD dovranno ora sottostare alle norme di ricerca e standard che regolano ogni medicinale in vendita.

Ora la possibilità concreta è che il CBD venga considerato come principio farmacologico in tutta Europa. Altra possibilità, secondo diversi esperti, è che venga decisa una soglia sotto la quale possa continuare la libera vendita. Ad esempio, potrebbe accadere che in concentrazione sotto il 10% non venga considerato farmaco, ma sono decisioni che spettano appunto all’Aifa e che si rifletteranno sul mercato europeo del CBD più in generale.

Redazione di cannabisterapeutica.info

 

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CANNABIS COME ANTINFIAMMATORIO: “30 VOLTE PIÙ EFFICACE DELL’ASPIRINA” GRAZIE ALLE CANNAFLAVINE

Cannabis come antinfiammatorio: “30 volte più efficace dell’aspirina” grazie alle cannaflavine

Grazie a due potenti molecole la cannabis risulta essere un antinfiammatorio fino a 30 volte più potente dell’Aspirina. Questa la scoperta dei ricercatori dell’Università di Guelph, in Canada, che nello studio “Biosynthesis of cannflavins A and B from Cannabis sativa L” pubblicato su Phytochemistry, hanno rilevato l’efficacia della cannabis usata come antinfiammatorio.

Le molecole in questione sono la cannaflavina A e la cannaflavina B, classificate come flavonoidi, cioè composti che si trovano nelle piante (in questo caso nella cannabis). Già una ricerca del 1985 ne evidenziò l’efficacia antinfiammatoria, ma da allora gli studi sono proseguiti con incertezza a causa delle leggi proibitive che hanno interessato anche la ricerca scientifica. Il gruppo dell’Università di Guelph guidato dal professor Tariq Akhtar ha portato avanti le scoperte fatte prima, sperimentando con tecniche avanzate di biochimica la canapa sativa sui ceppi pro infiammatori. I risultati del test sono stati sorprendenti, tanto che le molecole non solo combattono le infiammazioni ma riescono a colpire il dolore dal punto di origine. Rispetto poi ad altre sostanze, la cannafavina A e B non hanno effetti psicoattivi e non danno dipendenza dato che agiscono solo sulla zona da curare. L’azione antinfiammatoria risulta fino a 30 volte più forte rispetto a una normale Aspirina.

Oltre ai tradizionali medicinali chi soffre di dolori cronici è costretto ad assumere farmaci analgesici oppiacei che però agiscono sul cervello, bloccando i ricettori del cervello, lasciando intatta la fonte del dolore. Negli Stati Uniti infatti ogni giorno muoiono centinaia di persone per sovraddosaggio di oppioidi. Il problema è che la cannaflavina A e la cannaflavina B sono presenti solo in piccole quantità nella pianta della canapa e quindi servirebbero più piante da cui estrarre il materiale. Ad oggi non esistono sul mercato prodotti con le sole molecole, ma i risultati dell’Università di Guelph offrono l’opportunità per creare prodotti naturali per la salute di chi soffre.

Da sottolineare inoltre come poco tempo fa un altro studio scientifico, condotto da ricercatori italiani, avesse individuato come un efficace antinfiammatorio una estratto di cannabis e il CBD in particolare.

Matteo Melani

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Cannabis medica e malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD)

Cannabis medica e malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD)

Pubblichiamo qui di seguito un articolo estratto da “Malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD): una malattia sociale” pubblicato il 05/06/2019 dal dott. Fabio Turco e la dott.ssa Viola Brugnatelli per Cannabiscienza, società di informazione scientifica sulla Cannabis Medica e il Sistema Endocannabinoide. Maggiori informazioni su: https://cannabiscienza.it/malattie-infiammatorie- croniche-intestinali-ibd/


Tra le patologie a carico del sistema gastrointestinale (GI), ve ne sono alcune definite autoimmuni, ovvero che riguardano un’anomala risposta del sistema immunitario nei confronti dei normali costituenti dell’organismo. Stiamo parlando delle malattie infiammatorie croniche intestinali (o IBD, dall’inglese Inflammatory Bowel Disease).

Le IBD comprendono essenzialmente il Morbo di Crohn e la Rettocolite Ulcerosa e colpiscono in Italia più di 200mila persone (1).

Le attuali terapie prevedono principalmente la somministrazione cronica di antinfiammatori come i glucocorticosteroidi e la mesalazina e l’uso di immunosoppressori, come l’azatioprina.
Questi farmaci però non posseggono una comprovata efficacia nel lungo termine e il loro utilizzo prolungato può indurre effetti collaterali severi (gli immunosoppressori possono predisporre a distruzione del midollo osseo, epatite, pancreatite e disordini linfoproliferativi).

Tali effetti, insieme agli alti costi della terapia per i pazienti e per lo Stato, giustificano la ricerca di approcci terapeutici nuovi e alternativi (2). Tra questi, agire sul Sistema Endocannabinoide (SEC), potrebbe rappresentare una chiave di svolta nel trattamento delle IBD.

Il Sistema Endocannabinoide, presente in maniera ubiquitaria lungo il tratto GI, appare come un interessante bersaglio terapeutico in caso di IBD, soprattutto per la sua diretta implicazione nella regolazione dell’omeostasi, o bio-equilibrio, del tratto GI (3).

Ad oggi sempre più rapporti aneddotici e studi sia sull’animale che sull’uomo stanno confermando la validità della Cannabis Medica (CM) nel trattamento di queste patologie.

Nel 2012, uno studio realizzato dai ricercatori dell’Università di Tel Aviv, in Israele, ha analizzato gli effetti del trattamento con Cannabis sulla qualità della vita, il peso e il clinical score in un piccolo numero di pazienti con IBD, nell’arco di un periodo di 3 mesi. Ai pazienti con IBD venivano fornite sigarette di Cannabis e veniva loro richiesto di fumarle ogni volta che sentivano dolore (50 grammi di Cannabis al mese, per un massimo di 3 inalazioni a volta, per evitare effetti collaterali centrali). In seguito al trattamento, in tutti i pazienti si è osservato un aumento significativo del peso – auspicabile in caso di IBD – nonché un miglioramento dell’indice di attività della malattia, della percezione dello stato di salute generale e della capacità di svolgere attività quotidiane (4).

Sempre in Israele, il team di ricerca guidato dalla dottoressa Timna Naftali, ha effettuato una serie di studi clinici su pazienti con IBD, utilizzando varie dosi di THC e varie modalità di assunzione ed in ognuno di questi studi è stato sempre riportato un miglioramento generale della qualità della vita dei pazienti (5); (6).

Infine, in un articolo apparso nel 2014 su Nature Reviews, viene sottolineato come l’abitudine di utilizzare Cannabis sia molto comune tra i pazienti con IBD. I numerosi studi citati in questo articolo mettono in evidenza come questa abitudine sia correlata ad una diminuzione dei sintomi – soprattutto il dolore addominale e la nausea – e ad un miglioramento generale della qualità della vita dei pazienti con IBD (7).

Va comunque sottolineato che nei vari studi clinici effettuati, l’utilizzo di fitocannabinoidi o cannabinoidi sintetici, sebbene abbia portato ad una riduzione dei sintomi delle IBD e ad un miglioramento della qualità della vita, non è stato in grado di soddisfare l’endpoint primario, ovvero la remissione dalle IBD (8).

In conclusione, mettendo insieme le informazioni sugli studi clinici finora effettuati e i report dei pazienti che autonomamente hanno scelto di utilizzare Cannabis per trarre sollievo dalle IBD, è possibile ricavare delle “linee guida” generali sull’utilizzo di Cannabis in caso di IBD.

Infatti, possiamo evincere che la maggior parte dei pazienti risponde ad 1 grammo di Cannabis al giorno, anche se, quando si inizia la terapia, è consigliabile iniziare con una dose bassa, specialmente se il paziente non è abituato all’uso di Cannabis.
Inoltre, si è visto che, in generale, i pazienti con IBD tendono a preferire composizioni con un alto contenuto di tetraidrocannabinolo (THC), soprattutto per alleviare il dolore, usandolo nelle ore notturne per limitare gli effetti indesiderati.

Viola Brugnatelli e Fabio Turco

Referenze:

1) Abraham C and Cho JH. “Inflammatory bowel disease”. N Engl J Med. 2009 Nov 19;361(21): 2066-78.

2) Hung A, Kang N, Bollom A, Wolf JL, Lembo A. “Complementary and Alternative Medicine Use Is Prevalent Among Patients with Gastrointestinal Diseases”. Dig Dis Sci. 2015 Jul;60(7):1883-8.

3) Massa F, Storr M, Lutz B. “The endocannabinoid system in the physiology and pathophysiology of the gastrointestinal tract”. J Mol Med (Berl). 2005 Dec;83(12):944-54.

4) Lahat A, Lang A, Ben-Horin S. “Impact of cannabis treatment on the quality of life, weight and clinical disease activity in inflammatory bowel disease patients: a pilot prospective study.” Digestion. 2012;85(1):1-8.

5) Naftali T, Lev LB, Yablecovitch D, Half E, Konikoff FM. “Treatment of Crohn’s disease with cannabis: an observational study“. Isr Med Assoc J. 2011 Aug;13(8):455-8.

6) Naftali T, Bar-Lev Schleider L, Dotan I, Lansky EP, Sklerovsky Benjaminov F, Konikoff FM. “Cannabis induces a clinical response in patients with Crohn’s disease: a prospective placebo- controlled study“. J Crohns Colitis. 2013 Aug;7(7):542-50.

7) Schicho R and Storr M. “Patients with IBD find symptom relief in the Cannabis field”. Nat Rev Gastroenterol Hepatol 2014;11:142–143.

8) Ambrose T and Simmons A. “Cannabis, Cannabinoids, and the Endocannabinoid System—Is there Therapeutic Potential for Inflammatory Bowel Disease?” J Crohns Colitis. 2019 Mar; 13(4): 525–535.

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