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Una legge che permetta di coprire i costi per la dispensazione di cannabis ai pazienti grazie ai fondi dell’assicurazione sanitaria pubblica: è l’idea della Repubblica Ceca che spera in questo modo di facilitare l’accesso al farmaco.

A seguito della proposta del governo arrivata all’inizio del 2019 per rimborsare fino al 90% il costo delle terapie con cannabis per i pazienti, il disegno di legge è stato approva... Read More

Cultiva Hemp Expo & Congress! Benvenuti al Cultiva Hemp Expo & Congress! Qui tutto ruota intorno alla pianta della canapa industriale e medica, comprese le novità e le innovazioni riguardanti l'uso ricreativo e medico, dell'uso come risorsa naturale sostenibile e, naturalmente,...

Una petizione in consiglio regionale per fare in modo che anche l’olio di cannabis diventi rimborsabile per i pazienti. Accade in Friuli Venezia Giulia dove la consigliera regionale Simona Liguori ha presentato una petizione insieme al primo firmatario Massimo Tamburlini chiedendo che l’olio di cannabis possa essere rimborsato ai pazienti.

In Italia infatti la sanità è gestita a livello regionale, e diverse regioni (non ... Read More

The Vault Cannabis Seeds Store Lotteria Vinci un pacchetto gratuito di 10 semi femminizzati Blueberry dal The Vault Cannabis Seeds Store Il Vault Cannabis Seeds Store è una banca dei semi con sede principalmente nel Regno Unito e in Spagna. Hanno...
L’uso tantrico della Cannabis in India In India e in Nepal, la Cannabis ha svolto e continua a svolgere un significativo ruolo religioso (cfr. Campbell, 1893-1894; Touw, 1981). L’uso tantrico della Cannabis sorse in India attorno al settimo secolo d.C., in...
Cannabis e veleni nella pratica sessuale tantrica della mano sinistra Da: Michael R. Aldrich, 1977, Tantric Cannabis Use in India, Journal of Psychedelic Drugs, vol. 9, pp. 227-233. (pp. 229-233) Diamo uno sguardo alla pratica tantrica sadhana avanzata nel modo “eroico” (vira). Le cerimonie della...

Pubblichiamo qui di seguito un articolo estratto da “Malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD): una malattia sociale” pubblicato il 05/06/2019 dal dott. Fabio Turco e la dott.ssa Viola Brugnatelli per Cannabiscienza, società di informazione scientifica sulla Cannabis Medica e il Sistema Endocannabinoide. Maggiori informazioni su: https://cannabiscienza.it/malattie-infiammatorie- croniche-intestinali-ibd/


Tra le patologie a carico del sistema gastrointestinale (GI), ve ne sono alcune definite autoimmuni, ovvero che riguardano un’anomala risposta del sistema immunitario nei confronti dei normali costituenti dell’organismo. Stiamo parlando delle malattie infiammatorie croniche intestinali (o IBD, dall’inglese Inflammatory Bowel Disease).

Le IBD comprendono essenzialmente il Morbo di Crohn e la Rettocolite Ulcerosa e colpiscono in Italia più di 200mila persone (1).

Le attuali terapie prevedono principalmente la somministrazione cronica di antinfiammatori come i glucocorticosteroidi e la mesalazina e l’uso di immunosoppressori, come l’azatioprina.
Questi farmaci però non posseggono una comprovata efficacia nel lungo termine e il loro utilizzo prolungato può indurre effetti collaterali severi (gli immunosoppressori possono predisporre a distruzione del midollo osseo, epatite, pancreatite e disordini linfoproliferativi).

Tali effetti, insieme agli alti costi della terapia per i pazienti e per lo Stato, giustificano la ricerca di approcci terapeutici nuovi e alternativi (2). Tra questi, agire sul Sistema Endocannabinoide (SEC), potrebbe rappresentare una chiave di svolta nel trattamento delle IBD.

Il Sistema Endocannabinoide, presente in maniera ubiquitaria lungo il tratto GI, appare come un interessante bersaglio terapeutico in caso di IBD, soprattutto per la sua diretta implicazione nella regolazione dell’omeostasi, o bio-equilibrio, del tratto GI (3).

Ad oggi sempre più rapporti aneddotici e studi sia sull’animale che sull’uomo stanno confermando la validità della Cannabis Medica (CM) nel trattamento di queste patologie.

Nel 2012, uno studio realizzato dai ricercatori dell’Università di Tel Aviv, in Israele, ha analizzato gli effetti del trattamento con Cannabis sulla qualità della vita, il peso e il clinical score in un piccolo numero di pazienti con IBD, nell’arco di un periodo di 3 mesi. Ai pazienti con IBD venivano fornite sigarette di Cannabis e veniva loro richiesto di fumarle ogni volta che sentivano dolore (50 grammi di Cannabis al mese, per un massimo di 3 inalazioni a volta, per evitare effetti collaterali centrali). In seguito al trattamento, in tutti i pazienti si è osservato un aumento significativo del peso – auspicabile in caso di IBD – nonché un miglioramento dell’indice di attività della malattia, della percezione dello stato di salute generale e della capacità di svolgere attività quotidiane (4).

Sempre in Israele, il team di ricerca guidato dalla dottoressa Timna Naftali, ha effettuato una serie di studi clinici su pazienti con IBD, utilizzando varie dosi di THC e varie modalità di assunzione ed in ognuno di questi studi è stato sempre riportato un miglioramento generale della qualità della vita dei pazienti (5); (6).

Infine, in un articolo apparso nel 2014 su Nature Reviews, viene sottolineato come l’abitudine di utilizzare Cannabis sia molto comune tra i pazienti con IBD. I numerosi studi citati in questo articolo mettono in evidenza come questa abitudine sia correlata ad una diminuzione dei sintomi – soprattutto il dolore addominale e la nausea – e ad un miglioramento generale della qualità della vita dei pazienti con IBD (7).

Va comunque sottolineato che nei vari studi clinici effettuati, l’utilizzo di fitocannabinoidi o cannabinoidi sintetici, sebbene abbia portato ad una riduzione dei sintomi delle IBD e ad un miglioramento della qualità della vita, non è stato in grado di soddisfare l’endpoint primario, ovvero la remissione dalle IBD (8).

In conclusione, mettendo insieme le informazioni sugli studi clinici finora effettuati e i report dei pazienti che autonomamente hanno scelto di utilizzare Cannabis per trarre sollievo dalle IBD, è possibile ricavare delle “linee guida” generali sull’utilizzo di Cannabis in caso di IBD.

Infatti, possiamo evincere che la maggior parte dei pazienti risponde ad 1 grammo di Cannabis al giorno, anche se, quando si inizia la terapia, è consigliabile iniziare con una dose bassa, specialmente se il paziente non è abituato all’uso di Cannabis.
Inoltre, si è visto che, in generale, i pazienti con IBD tendono a preferire composizioni con un alto contenuto di tetraidrocannabinolo (THC), soprattutto per alleviare il dolore, usandolo nelle ore notturne per limitare gli effetti indesiderati.

Viola Brugnatelli e Fabio Turco

Referenze:

1) Abraham C and Cho JH. “Inflammatory bowel disease”. N Engl J Med. 2009 Nov 19;361(21): 2066-78.

2) Hung A, Kang N, Bollom A, Wolf JL, Lembo A. “Complementary and Alternative Medicine Use Is Prevalent Among Patients with Gastrointestinal Diseases”. Dig Dis Sci. 2015 Jul;60(7):1883-8.

3) Massa F, Storr M, Lutz B. “The endocannabinoid system in the physiology and pathophysiology of the gastrointestinal tract”. J Mol Med (Berl). 2005 Dec;83(12):944-54.

4) Lahat A, Lang A, Ben-Horin S. “Impact of cannabis treatment on the quality of life, weight and clinical disease activity in inflammatory bowel disease patients: a pilot prospective study.” Digestion. 2012;85(1):1-8.

5) Naftali T, Lev LB, Yablecovitch D, Half E, Konikoff FM. “Treatment of Crohn’s disease with cannabis: an observational study“. Isr Med Assoc J. 2011 Aug;13(8):455-8.

6) Naftali T, Bar-Lev Schleider L, Dotan I, Lansky EP, Sklerovsky Benjaminov F, Konikoff FM. “Cannabis induces a clinical response in patients with Crohn’s disease: a prospective placebo- controlled study“. J Crohns Colitis. 2013 Aug;7(7):542-50.

7) Schicho R and Storr M. “Patients with IBD find symptom relief in the Cannabis field”. Nat Rev Gastroenterol Hepatol 2014;11:142–143.

8) Ambrose T and Simmons A. “Cannabis, Cannabinoids, and the Endocannabinoid System—Is there Therapeutic Potential for Inflammatory Bowel Disease?” J Crohns Colitis. 2019 Mar; 13(4): 525–535.

L'articolo Cannabis medica e malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD) proviene da Cannabis Terapeutica.

La cannabis potrebbe essere un’opzione di trattamento per la fibromialgia, patologia caratterizzata da diffusi dolori muscoloscheletrici, affaticamento, scarsa qualità del sonno e difficoltà cognitive, che ad oggi non sembra avere cause specifiche e non ha nessuna cura efficace.

Ma una speranza potrebbe arrivare dalla cannabis, dopo che uno studio osservazionale durato 6 mesi che ha coinvolto 367 pazienti ha riscontrato un significativo miglioramento dell’intensità del dolore e dei sintomi correlati.

“È comunemente accettato che il dolore cronico può essere trattato con cannabis, ma ci sono state meno prove a sostegno del ruolo che svolge nel trattamento specifico della fibromialgia”, ha dichiarato Lihi Bar-Lev Schleider, uno dei principali autori dello studio e capo ricercatore presso il dipartimento di ricerca di Tikun Olam a Tel Aviv, in Israele, dove è stato condotto.

“I nostri dati indicano che la cannabis medica potrebbe essere un’opzione terapeutica promettente per il trattamento della fibromialgia, in particolare per coloro che hanno fallito le terapie farmacologiche standard. Dimostriamo che la cannabis terapeutica è efficace e sicura se titolata lentamente e gradualmente ”, ha concluso lo studio, pubblicato a giugno 2019 sul Journal of Clinical Medicine.

Nello studio l’81,1% ha riportato il successo complessivo del trattamento; il 73,4% ha riportato un miglioramento del sonno; l’80,8% ha riferito un miglioramento dei sintomi correlati alla depressione; il 61,9% ha segnalato componenti migliorati della “qualità della vita” tra cui l’appetito e l’attività sessuale.

Cannabis: nessun effetto collaterale significativo o negativo

L’88% dei partecipanti ha riportato un moderato miglioramento senza effetti collaterali negativi.

“Le implicazioni di questi risultati per i pazienti con fibromialgia sono che ora potrebbero avere un’opzione di trattamento aggiuntiva”, ha sottolineato Bar-Lev Schleider a Weedmaps News. “Lo studio aggiunge un’informazione sulla sicurezza e l’efficacia della cannabis terapeutica nel trattamento dei loro sintomi.”

Bar-Lev Schleider ha osservato che il 59,7% dei partecipanti stava assumendo oppioidi per il dolore all’inizio dello studio. Un sondaggio di follow-up sui partecipanti dopo sei mesi ha rilevato che il 22% ha interrotto o ridotto il consumo di oppioidi e benzodiazepine.

“Ci sono pazienti che in futuro smetteranno o assumeranno farmaci e il loro unico trattamento sarà la cannabis medicinale”, ha affermato Bar-Lev Schleider.

Gli studi precedenti su cannabis e fibromialgia

La marijuana medica è stata oggetto di altri studi sui trattamenti per la fibromialgia. In uno studio di revisione retrospettiva del 2018, il coautore Dr. George Habib ha anche scoperto che la cannabis medica era un efficace trattamento alternativo per la fibromialgia.

Mentre in uno studio pubblicato all’inizio del 2019 la cannabis standardizzata di grado farmaceutico con un alto contenuto di tetraidrocannabinolo (THC) si è rivelata efficace nel trattamento del dolore muscolo-scheletrico causato dalla fibromialgia.

Redazione di cannabisterapeutica.info

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E’ il corso che ha segnato l’ingresso della cannabis medica nelle università italiane e che quest’anno torna per le terza edizione. Parliamo del corso di perfezionamento post-universitario “La cannabis medicinale: aspetti agro-produttivi, botanici, medici, legali e sociali” e c’è ancora qualche tempo per chi volesse partecipare, visto che la scadenza per le iscrizioni è stata posticipata al 7 ottobre.

Gli obiettivi del corso di perfezionamento post laurea, della durata di un anno, sono quelli di: “Apprendere le caratteristiche etno-botaniche ed etno-farmacologiche della pianta denominata Cannabis sativa L., ai fini del suo utilizzo nei diversi ambiti farmaceutico e medicinale, agroindustriale e alimentare; apprendere la valutazione clinica del paziente e del rischio connesso a particolari quadri patologici in relazione ai possibili impieghi terapeutici della Cannabis Medicinale (CM), sviluppando un approccio al caso clinico di tipo interdisciplinare; apprendere gli aspetti etici della Cannabis terapeutica e il metodo per fornire al paziente adeguate informazioni, basate su conoscenze accettate dalla comunità scientifica, per ottenere il consenso informato alla terapia con CM; apprendere le normative internazionali, nazionali e regionali che regolano coltivazione, produzione, prescrizione e dispensazione della CM; analizzare la letteratura scientifica e applicare i risultati della ricerca all’impiego clinico della CM secondo i principi della EBM”.

Per chi volesse maggiori informazioni può cliccare questo link che rimanda al sito dell’Università.

Redazione di cannabisterapeutica.info

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Grazie a due potenti molecole la cannabis risulta essere un antinfiammatorio fino a 30 volte più potente dell’Aspirina. Questa la scoperta dei ricercatori dell’Università di Guelph, in Canada, che nello studio “Biosynthesis of cannflavins A and B from Cannabis sativa L” pubblicato su Phytochemistry, hanno rilevato l’efficacia della cannabis usata come antinfiammatorio.

Le molecole in questione sono la cannaflavina A e la cannaflavina B, classificate come flavonoidi, cioè composti che si trovano nelle piante (in questo caso nella cannabis). Già una ricerca del 1985 ne evidenziò l’efficacia antinfiammatoria, ma da allora gli studi sono proseguiti con incertezza a causa delle leggi proibitive che hanno interessato anche la ricerca scientifica. Il gruppo dell’Università di Guelph guidato dal professor Tariq Akhtar ha portato avanti le scoperte fatte prima, sperimentando con tecniche avanzate di biochimica la canapa sativa sui ceppi pro infiammatori. I risultati del test sono stati sorprendenti, tanto che le molecole non solo combattono le infiammazioni ma riescono a colpire il dolore dal punto di origine. Rispetto poi ad altre sostanze, la cannafavina A e B non hanno effetti psicoattivi e non danno dipendenza dato che agiscono solo sulla zona da curare. L’azione antinfiammatoria risulta fino a 30 volte più forte rispetto a una normale Aspirina.

Oltre ai tradizionali medicinali chi soffre di dolori cronici è costretto ad assumere farmaci analgesici oppiacei che però agiscono sul cervello, bloccando i ricettori del cervello, lasciando intatta la fonte del dolore. Negli Stati Uniti infatti ogni giorno muoiono centinaia di persone per sovraddosaggio di oppioidi. Il problema è che la cannaflavina A e la cannaflavina B sono presenti solo in piccole quantità nella pianta della canapa e quindi servirebbero più piante da cui estrarre il materiale. Ad oggi non esistono sul mercato prodotti con le sole molecole, ma i risultati dell’Università di Guelph offrono l’opportunità per creare prodotti naturali per la salute di chi soffre.

Da sottolineare inoltre come poco tempo fa un altro studio scientifico, condotto da ricercatori italiani, avesse individuato come un efficace antinfiammatorio una estratto di cannabis e il CBD in particolare.

Matteo Melani

L'articolo Cannabis come antinfiammatorio: “30 volte più efficace dell’aspirina” grazie alle cannaflavine proviene da Cannabis Terapeutica.

Cannabis, adolescenti e cervello: l’argomento è di quelli molto dibattuti e sui quali negli ultimi anni si stanno concentrando diversi studi scientifici.

Ripercorrendo le ultime ricerche in materia sembra che la scienza non riesca a dare risposte univoche su un tema importante per la sanità pubblica e la salute dei più giovani. Accanto a ricerche che hanno individuato la cannabis ad alto livello di THC come possibile fattore scatenante di psicosi nelle persone geneticamente predisposte, o altri studi che paventavano possibili modifiche al cervello o danni alla memoria, ce ne sono altre che invece, dopo aver preso in considerazione i cosiddetti fattori confondenti come la situazione sociale, l’utilizzo di altre sostanze e la genetica degli individui, avevano smentito queste possibili correlazioni. Ad aggiungere nuovi punti di vista poi ci sono stati studi che hanno sottolineato come piccole quantità di THC possano invece favorire la neurogenesi e rallentare il declino cognitivo.

In questa complessità, un nuovo punto di vista è stato di recente raccontato da uno studio scientifico, secondo il quale, l’uso di cannabis in adolescenza, non modificherebbe il cervello dei giovani una volta diventati adulti.

Nel lavoro curato dai ricercatori delle Università dell’Arizona e di Pittsburgh e pubblicato su Drug and Alcohol Dependence, la conclusione è che “L’uso di cannabis in adolescenza non è associato a differenze nella struttura cerebrale degli adulti”.

Per arrivare a questo risultato i ricercatori spiegano di aver analizzato i dati di uno studio longitudinale che ha seguito 1000 ragazzi che hanno compilato dei report sull’utilizzo di cannabis ogni anno da quando avevano 13 anni fino all’età di 19 identificando 4 diverse modalità di consumo che andavano dal nessun utilizzo fino a quello intenso.

Un sottogruppo di ragazzi che ne comprendeva 181 è stato poi sottoposto a neuroimaging strutturale in età adulta, in media tra i 30 e i 36 anni. E i ricercatori hanno svolto test per capire se, in base alle diverse modalità di consumo, ci fossero differenze nella struttura del cervello degli adulti in 14 regioni tra cui sei subcorticali (solo volume: amigdala, ippocampo, nucleus accumbens, caudate, putamen e pallido) e otto regioni corticali (volume e spessore: giro frontale superiore; giro frontale frontale medio caudale e rostrale; giro frontale frontale inferiore, diviso in pars opercularis, pars triangularis e pars orbitalis; giro orbitofrontale laterale e mediale).

Nei risultati riportano che: “I ragazzi in diversi sottogruppi di modalità di consumo non differivano sulla struttura del cervello degli adulti in nessuna regione di interesse subcorticale o corticale”.

Redazione di cannabisterapeutica.info

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Arriva dall’Università di Torino il primo studio clinico sull’olio di canapa ottenuto dalla spremitura dei semi per la prevenzione del rischio cardiovascolare. Secondo i ricercatori del Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino guidati da Ornella Guardamagna, Alfalife, integratore a base di l’olio estratto dai semi di canapa, aiuta a ridurre il colesterolo LDL (cattivo) e i trigliceridi anche nei bambini.

Si tratta del primo studio che certifica le proprietà dell’olio rispetto alla salute dei più piccoli. In passato l’olio di canapa sativa è stato sperimentato su cavie animali, dimostrando miglioramenti nell’iperlipidemia e aggregazione piastrinica, mentre solo due sperimentazioni pilota sono stati eseguiti sugli esseri umani. Le alterazioni del metabolismo ipoproteico rappresentano delle gravi fonti di rischio per i soggetti in età infantile e adolescenziale, perché possono essere l’allarme di patologie ereditarie trasmesse.

Per testare i benefici dell’olio di semi di canapa, i ricercatori dell’Univiersità di Torino hanno preso in esame un campione di 36 bambini e adolescenti di età compresa tra i 6 e i 16 anni con affetti da iperlipidemia primaria, patologia che può portare malattie coronariche e infarto del miocardio. Ad essi hanno somministrato per 8 settimane 3 grammi di Alfalife, che nella sua composizione è particolarmente ricco di acido alfa-linoleico (700 mg) e di acido linoleico (1400 mg). I risultati dello studio sono stati incoraggianti e il gruppo di ricerca ha constatato un sensibile miglioramento dei parametri di rischio cardiovascolare.

Il trattamento terapeutico, infatti, ha ridotto i livelli di LDL colesterolo nel gruppo sottoposto al trattamento con integratore e ridotto significativamente il contenuto RBC degli acidi grassi saturi e monoinsaturi aumentando i livelli di acidi grassi polinsaturi Omega 3 e Omega 6 e l’indice Omega 3. “Pur trattandosi di un primo studio preliminare, le prospettive di intervento terapeutico con questo integratore rappresentano un importante passo avanti nel trattamento di patologie a lungo silenti ma potenzialmente severe”, ha detto Ornella Guardamagna, coordinatrice dell’esperimento.

Nel trattamento i ricercatori hanno evidenziato che non comporta effetti collaterali. “Questo aspetto – ha concluso Guardamagna – rappresenta un valore aggiunto e un fattore di miglioramento delle cure e della qualità della vita dei giovani pazienti e apre a nuove prospettive di ricerca nel trattamento di patologie dismetaboliche anche in età pediatrica”.

Matteo Melani

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La ricerca scientifica non consoce frontiere. Lo sa bene Cannbit, azienda farmaceutica israeliana che di recente ha promosso un test per la sperimentazione della cannabis nella lotta contro il cancro. Si tratta di un esperimento mai fatto finora e che avrà come guida Raphael Mechoulam, considerato a livello internazionale come il padre della ricerca sulla cannabis, che ha iniziato a studiare negli anni ’60.

Lo studio ha come obiettivo quello di trovare soluzioni di cura e di prevenzione al melanoma, al neuroblastoma e al glioblastoma. Il melanoma è il tipo più pericoloso di tumore della pelle che nasce dalla trasformazione delle cellule della pelle; il neuroblastoma è un tumore che si forma nelle cellule del sistema nervoso e colpisce bambini e ragazzi; il glioblastoma invece ha origine nel cervello. Tre forme aggressive di tumore per le quali esiste solo la chemioterapia o la radioterapia. Secondo Mechoulam, i cannabinoidi possono essere efficaci come trattamento anticancro, grazie alla loro composizione in grado di attaccare i vari sintomi associati alle malattie.

Se l’utilizzo della cannabis per trattare i sintomi del cancro è ormai una realtà anche in Italia, dall’altro lato ci sono decine di lavori scientifici su cellule e cavie animali che hanno dimostrato le potenzialità di diversi cannabinoidi nel distruggere le cellule tumorali, e c’è bisogno di studi clinici che indaghino il fenomeno.

Nonostante l’esperimento di Cannbit sia ancora alla fase iniziale, le premesse per la svolta ci sono tutte. La società ha investito 400mila dollari nello studio più altri 2 milioni di dollari per l’eventuale medicinale destinato alla vendita. I ricercatori di Cannbit poi riceveranno supporto dall’Università di Hadassah Ein Kerem e dal centro medico di Sheba, in Israele, paese che si è dimostrato fra gli stati più attivi nella ricerca sulla cannabis. Nel 2017 gli investimenti pubblici ammontavano a 1,1 miliardi di dollari l’anno, con un contributo dei privati di più di 4 miliardi di dollari.

Matteo Melani

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Negli stati dove la cannabis per uso ricreativo o medico è legalizzata le morti per overdose causati dagli oppiacei diminuiscono fino al 35%. Questa la scoperta della rivista Economic Inquiry che in un recente studio, “The Effects of recreational marijuana legalization and dispensing on opioid mortality”, ha fatto il punto sull’accesso alla cannabis legale negli Stati Uniti, evidenziando appunto un calo fino al 35% dei morti fra i consumatori abituali di medicinali a base di oppio. Per gli autori il motivo è da ricercare nell’auto-trattamento, cioè nell’uso totalmente autonomo di cannabis per alleviare il dolore al posto dei derivati dall’oppio e il nesso causale tra la cannabis legale e la riduzione delle morti è risultato essere “molto forte”.

Il consumo di oppiacei rappresenta una vera e propria piaga sociale negli Stati Uniti, iniziata negli anni Novanta con l’aumento di medicinali sul mercato da parte di diverse multinazionali. Negli anni l’andamento è aumentato in maniere esponenziale, tanto che secondo i dati dei Center for Disease Control (Cdc) circa 2,35 milioni di persone ne soffrono di dipendenza cronica e nel 2017 le vittime sono arrivate a 47mila. Numeri da emergenza sanitaria. Ad oggi Oltreoceano si contano 255 milioni di prescrizioni ogni anno e i più venduti sono il Fentanyl e l’Oxicodone, medicinali che stanno arrivando anche in Europa e in Italia, che, dopo essere prescritti, vengono poi acquistati anche sul mercato nero dopo che i pazienti ne diventano dipendenti.

Nel frattempo però molti stati a stelle e strisce hanno compreso il valore curativo della marijuana, legalizzandola per il solo uso medico o anche per uso ricreativo. Ebbene negli stati dove è legale l’accesso alla cannabis le mortalità per intossicazione da oppiacei diminuiscono rispetto a dove è illegale, con contrazioni dal 20% fino al 35%. Nathan W. Chan dell’Università del Massachusetts e coautore dell’inchiesta ha spiegato che gli effetti della legalizzazione hanno interessato tutta la popolazione americana senza distinzione di età, di etnia e di reddito. Non è il primo studio scientifico a dire che con la legalizzazione della cannabis calano i morti da oppiacei. Già nel 2014 l’Università della Pennsylvania aveva pubblicato una ricerca secondo cui nei paesi che hanno approvato la cannabis terapeutica sono calati del 25% i morti per overdose da analgesici oppiacei. Molti pazienti affetti da malattie croniche infatti li sostituiscono con la cannabis, azzerando il rischio di possibili overdose.

Intanto il tribunale dell’Oklahoma ha riconosciuto Johnson e Johnson responsabile di aver alimentato la crisi degli oppioidi nello stato tramite campagne pubblicitarie aggressive e ha multato la multinazionale a pagare 572 milioni di dollari, mentre la cannabis apre una nuova strada per il trattamento del dolore.

Matteo Melani

L'articolo USA: con la cannabis legale le morti da oppiacei calano fino al 35% proviene da Cannabis Terapeutica.